Nicola Chiaromonte e la “terza via” libertaria

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Nell’epoca moderna, ci ritroviamo quotidianamente bombardati da un flusso inarrestabile di informazioni, che danno forma all’immaginario collettivo, derivante dalla Società dello Spettacolo, la quale forgia lo strumento par excellence del dominio: la neo-lingua. Attraverso essa prendono forma differenti narrazioni, tutte utili al proseguimento del dominio e al suo continuo sviluppo. Quindi la storiografia ufficiale non diviene altro che un’ode allo stesso potere, ove qualunque modo di vivere o soggetto che non rientri negli schemi normanti della società capitalista, viene confinato nel limbo dell’anti-storia ove come dannati marchiati dalla condanna divina (della Collettività e dello Stato) vengono etichettati come folli, fanatici, eretici e tutt’una serie d’epiteti volti a denigrare il proprio vissuto reso una rivolta permanente contro il sistema dominante. Tra questi vi è anche un uomo anarchico, lucano, dimenticato dalla sua terra, spesso sotterrato nel passato, relegato alla sua epoca o in altri casi reso partigiano e burattino delle fila di chi faceva uso della sua parola o dei suoi scritti per sostenere la propria causa; il suo nome è Nicola Chiaromonte. Se oggi tenteremo di ridargli quella luce che gli fu defraudata e daremo voce alla sua vita e alle sue parole, è per far sì che la nostra terra – la sua terra – riacquisisca quella forza e quella consapevolezza perduta, che riveda quanto sangue è stato versato sui sentieri che percorre quotidianamente, sangue di coloro che vissero l’avventura dell’esistenza opponendosi a qualsiasi ordine e che possa finalmente scuotersi da quelle catene che gravano sul suo corpo martoriato dai colpi dell’amara rassegnazione ricoperta con una melliflua superstizione (ove con essa intendiamo anche qualsiasi tipo di dottrinarismo e fideismo politico). Nicola Chiaromonte nasce in un piccolo centro del Vulture, Rapolla, il 12 luglio 1905 da famiglia borghese. Trascorse la propria adolescenza a Roma, ove si laureò in giurisprudenza. In questi anni simpatizzò per il “diciannovismo” a causa del suo forte senso antidemocratico, ma se ne distaccò subito approdando a posizioni marcatamente antifasciste. A causa di quest’ultima svolta politica, nel ’34 fu costretto a rifugiarsi a Parigi perché fu segnalato dalla sbirraglia fascista per atti terroristici avendo progettato l’assassinio di Mussolini. In terra francese fa la conoscenza di Andrea Caffi – attraverso il suo amico universitario Alberto Moravia – con il quale strinse un forte sodalizio e fu per lui un grande maestro. Insieme si unirono a Giustizia e Libertà, pur avendo sempre un atteggiamento distaccato e critico nei suoi confronti, vedendo in essa un ennesimo tentativo di ricostruzione della democrazia liberal-borghese. Caffi e Chiaromonte, tentarono di dare un diverso indirizzo a GL, infatti fu in questo periodo che Chiaromonte scrisse la sua critica al totalitarismo individuando le sue radici in ogni forma politica che vede come suo punto di riferimento lo Stato e il rifiuto dei partiti di massa, giungendo ad un connubio tra il primo e il soggetto-massa attraverso un forte militarismo statuale, la cultura di massa e il culto della violenza; così da sviluppare una concezione fortemente antistatale (criticando anche lo stesso concetto di Stato e la sua forma liberal-democratica) e a tratti individualista. Non a caso Chiaromonte nel suo Per un movimento internazionale e libertario afferma che GL più che antifascista, sarebbe dovuto diventare un movimento antitirannico e antistatale. La rottura con questi ambienti fu inevitabile. Dopo una breve parentesi nel Partito socialista in esilio, andò a combattere come volontario la guerra civile spagnola, unendosi all’Escuadrilla España di Malraux. Qui, la disfatta della rivoluzione lo segnò profondamente e il ruolo svolto dal PCI e dalle forze sovietiche per sabotarla, fecero crescere il suo anticomunismo. Una volta rientrato in Francia, a causa dell’invasione tedesca dovette subito fuggire prima in Algeria, ove diventò amico con Albert Camus – il quale ebbe molta importanza per lo sviluppo del suo pensiero – e poi negli Stati Uniti dove entrò in contatto con gli esuli antifascisti e conobbe Hannah Arendt e Dwight Macdonald. Con quest’ultimo e il suo inseparabile amico e maestro Caffi, lavorò alla rivista “Politics” al fianco d’importanti anarchici del tempo sia statunitensi che europei, come Paul Goodman e lo stesso Camus. Fu in questo periodo che Chiaromonte iniziò a sviluppare dalla lettura degli individualisti americani, di Proudhon, di Herzen e Tolstoj, la cosiddetta “secessione”. Con essa intendeva una via nonviolenta e gradualista rivoluzionaria, che attraverso la costituzione di “fratrie” (o gruppi di affinità) si iniziassero a sperimentare dal basso altri modi di vivere, riappropriandosi dei propri spazi e dando luogo a relazioni egualitarie e a comunità che potessero sovvertire lo status quo attraverso una “rivoluzione silenziosa”.
“Da questa società — da questo stato di cose — bisogna separarsi, compiere atto pieno di eresia. E separarsi tranquillamente, in silenzio e in segreto, non da soli ma in gruppi, in ‘società ’ autentiche le quali si creino una vita il più possibile indipendente e sensata, senza alcuna idea di falansterio o di colonia utopistica… Sarebbe una forma non retorica di contestazione globale”. Tali teorie furono più volte esposte dai teorici europei nei propri ambienti, ma queste vennero continuamente rifiutate mentre furono concretizzate da parte degli anarchici statunitensi con gli stessi Goodman e Macdonald durante le proteste del ’68. Chiaromonte fece ritorno in Italia solo alla fine della guerra, e nell’immediato dopoguerra con Silone fondò la rivista “Tempo presente” e fece il critico teatrale per L’Espresso. Durante l’ascesa dei movimenti studenteschi, entrò in polemica con essi, apprezzando sì la costituzione di un simile movimento rivoluzionario, ma evidenziando in esso i limiti dovuto al culto della violenza e dell’odio esaltato attraverso figure come il Che, Mao e Castro, vedendo in esso anche nient’altro che un ennesimo tentativo di una rivoluzione tesa ad appropriarsi del potere e quindi con il solo fine del cambiamento della classe dominante. Chiaromonte tentò sempre di spronarli attraverso i propri scritti ad osare e desiderare di più, invitandoli a seguire la sua linea nonviolenta attraverso la costruzione di una contro società libertaria che avrebbe dovuto riprendersi i propri spazi dal basso attraverso un vivere diverso, sbarazzandosi poi della società di massa e capitalista spiegando che per lui l’importante è “essere eretici, oggi, separati dalla massa, chiusi in cerchie ben definite e tenute insieme da idee e interessi comuni”; e aggiungendo che “il rapporto di queste cerchie o gruppi con la società ‘in genere’ e lo Stato dev’essere di distanza, di partecipazione minima, di scepsi e critica ma non di rivolta. Perché lo scopo di tali ‘fratrie’ è di ricostituire società giuste, anzi di ricostruire dalle fondamenta una società, sic et simpliciter. Tali ‘fratrie’ hanno quindi, per cominciare, il compito di stimolare la società a passare dalla politica intesa come realizzazione di un assoluto Bene alla morale come misura e limite dell’azione politica, nonché come distanza da mantenere continuamente fra l’idea di comportarsi con giustizia verso gli altri e l’azione politica come mezzo per la realizzazione di una giustizia obiettiva impossibile”. Quindi il mezzo per giungere a tale società non è la violenza bensì ”la prima cosa è dire ‘no’, e ritrovarsi con i pochi (inevitabilmente pochi) pronti a dire ‘no’ e a resistere; la seconda è cercare i modi della resistenza nella direzione del rifiuto d’obbedienza, della resistenza passiva, del sabotaggio silenzioso, e non sul terreno della violenza, sul quale si è certi di essere sconfitti; la terza, infine, è di non cercare il successo rapido e vistoso, ma sapersi ritirare nell’ombra e preparare lentamente il momento in cui, come diceva Proudhon, ‘le pietre si solleveranno da sole’”. Nicola Chiaromonte continuò a scrivere fin alla sua morte avvenuta nel ’72, sempre in continua coerenza con il proprio pensiero e continuando ad avere un atteggiamento distaccato e critico verso qualunque forma di organizzazione politica. Crediamo che la sua figura e soprattutto il suo pensiero, oggi possano essere semi fecondi per sperimentare forme innovative del vivere rivoluzionario. Chiaromonte inoltre con la sua critica allo statalismo, al nazionalismo, al liberalismo e al totalitarismo può essere molto utile nell’epoca in cui assistiamo all’ascesa dei nazionalismi e dei vari fascismi i quali danno vita a forme d’ideologia identarista contrastando ogni sorta di alterità. Ma egli offre anche buoni spunti a quello spettro che viene chiamato Movimento, il quale è ancora succube dei rimasugli borghesi della volontà di potenza, caratterizzato ancora dalla miseria del comunismo e del marxismo e da un forte attaccamento dottrinario e settarista ad esso. Chiaromonte, nonostante le divergenze di pensiero che possano esistere tra noi e lui, può insegnarci a sbarazzarci di tutti i fantasmi del determinismo, dello storicismo e di qualsiasi idealismo o schema precostituito che soffocano ancora gli individui e il vivere quotidiano, dando un nuovo senso a quest’ultimo usando come mezzo la politica vista come mezzo artistico nel quale – come nella concezione camussiana – prende ampio posto la creatività ludica del soggetto e la sua liberazione libidica attraverso essa, dando respiro anche alla parte più umana e naturale dell’individuo: quella fatta di sogni, desideri, bisogni ed utopie.

L’Unico stirneriano come ricerca della differenza – Alfredo M. Bonanno

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“In Stirner c’è una concezione del superamento legata alla dimensione hegeliana. In Hegel il concetto di superamento (Aufhebung), è un concetto dialettico, in cui la dimensione superiore riassume e annulla nell’àmbito della sintesi, appunto per sua natura superiore, quelle che prima erano la tesi e l’antitesi. L’unico riassume, con tutte le sue capacità, questo concetto: il concetto di movimento, di ribellione come superamento. È possibile in effetti un superamento? Oppure oggi – specialmente dopo le dolorose vicende del secolo scorso – le guerre, i genocidi, non soltanto passati, ma presenti, quello che la realtà ci pone sotto gli occhi continuamente (pensate alla situazione dei paesi della ex-Jugoslavia), la miseria, la spaventosa mostruosità umana, che cosa l’uomo è capace di fare, cose che sembravano scomparse per sempre e che invece ritornano sistematicamente sotto gli occhi di tutti, oppure oggi si deve per forza concludere con l’idea che niente viene effettivamente superato? Di certo, nel senso hegeliano, un vero e proprio superamento non è possibile.
Cosa si nasconde dietro il concetto di Aufhebung, di superamento dialettico del reale, se non il tentativo spaventosamente ideologico di nascondere la barbarie in nome di un progresso definito che viaggia tranquillamente verso i futuri destini gloriosi dell’umanità. Quando Giovanni Bovio diceva: “Il futuro è l’anarchia”, faceva un’affermazione di fede, esprimeva un desiderio sotto forma affermativa. Nulla di più. Chi può garantire che il futuro sia dell’anarchia e della libertà? Invece il futuro continua, come il presente, a riservare terribili condizioni di mostruosità, di oppressione, di sfruttamento, che sembravano scomparse per sempre.
Non possiamo pertanto accettare il concetto di movimento, di superamento, il concetto del ribelle che supera la propria condizione e che porta dentro di sé e costruisce, e realizza, un mondo definitivamente liberato. Ma continuamente in lui c’è un mondo che conquista e perde la libertà, che la riconquista e la perde ancora una volta, che può sempre riconquistarla e riperderla, perché in effetti non possiamo utilizzare il concetto hegeliano di Aufhebung, ma dobbiamo sostituirlo con il concetto niciano, heideggeriano, di Überwindung, di oltrepassamento. Io spenderei, se mi consentite, una parola su questa radicale differenziazione.
Pensante che il concetto di Übermensch, utilizzato da Nietzsche, è stato sempre tradotto con la parola “superuomo”. Ora, di certo, non è accettabile l’ipotesi di sostituire questa traduzione con una più adeguata, più esatta. Almeno per quel che riguarda l’àmbito delle opere di Nietzsche, la parola “superuomo” deve restare così com’è, se non altro in nome di un secolo di errato lavoro filologico e di pratico utilizzo del termine, con tutti i suoi equivoci. Ma, almeno in sede di analisi, uno sforzo si può fare. Il significato esatto del termine niciano Übermensch, non è quello di “superuomo”, ma di “oltreuomo”. Difatti non c’è niente che superi l’uomo, nel senso hegeliano. C’è però qualcosa che può andare oltre l’uomo e, se pensiamo che in tedesco Unmensch vuol dire “mostro”, “disumano”, ma particolarmente “mostro”, abbiamo allora un rapporto tra Unmensch e Übermensch, tra “disumano” e “oltreuomo”. Nel mezzo c’è il concetto di Überwindung, ossia di “oltrepassamento”. “Oltrepassamento” significa pertanto un particolare modo di superamento, modo in cui nulla viene superato, in cui nulla scompare, ma quel Windung in tedesco vuol dire esattamente “contorcimento”, qualcosa che non riesce a stare fermo a causa di una pulsione interna, una specie di “muoversi nel bisogno” nel tentativo di star meglio, come di un malato che si giri nel letto del proprio dolore, ed è questa Not, questo bisogno che caratterizza il concetto di oltrepassamento. L’uomo non si ribellerebbe se non avesse questo stimolo del bisogno. […] Questi concetti che ci vengono dalla filosofia successiva a Stirner sono importanti anche per capire Stirner. In fondo però la cosa più importante per noi non è tanto capire Stirner, filosofo fra i filosofi che, al momento opportuno, dobbiamo per forza mettere da parte, quanto capire la realtà in cui viviamo, decidere cosa possiamo fare, come possiamo agire. Adesso possiamo capire che legandoci a un concetto standardizzato di superamento dialettico, nel senso hegeliano, diventiamo più tranquilli (Bovio, la storia, ecc.): la realtà lavora al nostro posto, la talpa scava, dobbiamo solo aiutarla. A causa di questa maggiore tranquillità, possiamo anche restare alla finestra e aspettare che qualcuno si ribelli al nostro posto.
Invece, se partiamo dal concetto che il “mostro” sta accanto a noi, è vicino a noi, sta dentro di noi, se non facciamo attenzione a che questo “mostro” non si impadronisca di noi e di quelli che stanno accanto a noi, vicino a noi, non possiamo veramente discutere e parlare in termini di rivolta dell’individuo, e non possiamo fondare in modo corretto, oltre che operativamente significativo, la distinzione tra rivolta e rivoluzione. Perché tutto quello che Stirner esprime nei riguardi della rivoluzione, nella dimensione del superamento hegeliano, ricade sulla rivolta, annulla la rivolta e la riconduce a una dimensione istituzionalizzata. In effetti, non è il “sonno della ragione a generare mostri”, quanto la ragione stessa. Adolf Hitler, i nazisti, non erano soli, avevano a fianco la gran parte dei Tedeschi che aspettavano senza reagire che si sviluppasse una gestione del potere estremamente mostruosa, ed erano persone molto razionali, molto hegeliane. Alfred Rosenberg e il nostro Gentile, con il suo famoso discorso di Palermo sulla “virtù morale del manganello”, erano persone ragionevolmente hegeliane. Quindi, se questa coabitazione col mostro è chiara davanti a tutti, non bisogna per questo abituarsi al mostro, familiarizzare col mostro, ma dobbiamo fare qualcosa perché questo “mostro” resti se non altro circoscritto e venga conosciuto, denunciato, capìto nei limiti del possibile, e non semplicemente dimenticato, trascurato, o peggio edulcorato, vestito con gli abiti del progressismo democratico.
Se dobbiamo fare questo, dobbiamo anche cercare di capire che abbiamo un compito nella rivolta che non è soltanto quello di trovare un esempio storico, ma quello di cercare il metodo. E il metodo della rivolta è quello di puntare alla differenza, trovare quello che è differente, non solo quello che è differente da noi, ma quello che è differente dalle convenzioni che ci vengono imposte come uniformazione dell’esistente, come amministrazione del già dato, del già acquisito. E questa ricetta della differenza è una ricetta che ci può portare molto lontano, in quanto in fondo ognuno di noi ha paura della differenza.
Quali sono gli strumenti che ci permettono di operare questa ricerca sulla differenza? Certamente non la ragione. Questo non vuol dire che bisogna essere irragionevoli, lasciarsi andare soltanto al sentimento, al giorno per giorno, essere privi di qualsiasi progettualità per il futuro, ma al contrario che bisogna alimentare sospetti nei confronti della ragione. Per cui non possiamo accettare la ragione come unico strumento di guida nella costruzione del nostro futuro, nella costruzione della nostra ribellione, nella dimensione rivoluzionaria che può essere costruita al di là della rivolta.
Quindi ricerca della differenza, ma ricerca della differenza attraverso quelle che Blaise Pascal definiva “le ragioni del cuore”. “Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende, bisogna allora fare nostre le ragioni del cuore”, diceva. Queste ragioni del cuore ci fanno capire che c’è una simpatia per l’altro, però questa simpatia ci porta a far vedere che nell’altro, nel diverso, c’è qualcosa anche di noi, qualcosa che riusciamo a leggere in filigrana, mentre in noi la lettura di questo “qualcosa” risulta più difficile perché ci sono le “cristallizzazioni dei fantasmi” di cui parlava Stirner che la impediscono. Nei confronti degli altri siamo spesso molto più vigili. Ma, se noi limitiamo la lettura dell’altro, in quanto differente da noi, per paura, per conformismo, per accettazione del di già dato, la capacità di identificare la differenza non l’abbiamo più.
Adesso però un ultimo punto: se la conoscenza dell’altro, nell’àmbito dell’egoismo stirneriano della costruzione dell’unico in base a quello che si è detto prima, è ricerca della differenza, in fondo, se noi esaminiamo (su questo concetto si badi bene c’è tutto un dibattito oggi, e anche abbastanza controverso), se noi esaminiamo, dicevo, il concetto di differenza, restiamo sempre nell’àmbito del quantitativo. Riflettete un attimo su questa affermazione. Apparentemente la differenza si presenta come concetto qualitativo, ma la nostra coscienza cataloga immediatamente tutti questi segnali in arrivo, li trasforma in senso quantitativo, li colloca in una dimensione del di già conosciuto: cioè, in altri termini, che cosa fa? Se questo è diverso, dice la coscienza, io non lo capisco, però, entro certi limiti, lo catalogo e lo accetto. Perché lo accetto? Perché sono tollerante, perché il diverso non va respinto, perché il nero non deve fare paura, perché il razzismo è condannabile, ecc., io riassumo tutti questi concetti e li catalogo. Ma cosa sono tutti questi concetti? Sono fantasmi. L’antirazzismo è un fantasma. Com’è che tutto questo può non diventare un fantasma? […]Noi siamo ancora razzisti quando tentiamo di fare diventare il nero come noi, civilizzato come noi. Questo è razzismo. Non solo il razzismo del nero linciato, ma è razzismo anche il nero abbassato al livello della nostra civiltà presunta superiore. Questo è anche razzismo. Quindi, il mostro che dorme nel nostro stesso guanciale è molto più complesso di quanto non si trovi nelle schematizzazioni delle santità.
Ognuno con le sue diverse differenze. Perché il primo movimento della rivolta è la ricerca della differenza. Il nero è nero, non è bianco. Cercare di farlo diventare bianco è razzismo.
Nel momento in cui io non mi limito alla ricerca della differenza, ma faccio il passo successivo e fondamentale, travalico dalla differenza all’affinità, cerco di capire che cosa nella differenza c’è di simile a me, di affine a me, che cosa posso costruire con l’altro. Non solo quindi ricerca della differenza, il che sarebbe ancora un agire circoscritto in direzione quantitativa, e quindi ulteriore, tediosa, ricerca del fantasma, ma dimensione della ricerca dell’affinità: struttura finalmente libera del pensiero (entro certi limiti poiché il “mostro” coabita sempre là vicino a noi, si corica e dorme sul nostro stesso guanciale), capace di costruire insieme agli altri qualcosa nell’affinità.
Quindi, se la ricerca dell’affinità come incontro è fondamento, significato, lettura essenziale della differenza, rifacendo il percorso inverso e rileggendo dall’inizio il discorso de L’unico e la sua proprietà, la costruzione dell’unico è possibile solo nella ricerca dell’altro e nell’affinità con l’altro. Qui non regge, secondo me (credo di essere il solo a sostenere una tesi del genere, quindi pensate un poco quanto può essere accettata dagli altri), qui non regge l’annoso e inutile dibattito diretto a fissare una discriminante separazione tra comunismo e individualismo. Perché, se l’individualismo è difesa dell’individuo e costruzione dell’unico, accennata in modo splendido e considerevolmente approfondito da Stirner, se l’individualismo stirneriano significa tutto questo, lo significa perché in fondo non si differenzia dal concetto di comunismo anarchico, perché se lo sbocco dell’individuo visto da Stirner, se l’unico significa libertà dell’individuo, anche il comunismo anarchico significa libertà dell’individuo. Qualunque altra definizione di comunismo ha soltanto il significato di oppressione e di sfruttamento.”

[Conferenza tenuta all’Università di Firenze, Facoltà di Filosofia, il 13 gennaio 1994. Trascrizione della registrazione su nastro]

Estratto dal testo “Teoria dell’individuo. Stirner e il pensiero selvaggio” di Alfredo M. Bonanno

31.05.2016 S. Gerardo protettore della tradizione e dell’etero-patriarcato

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N.B. L’immagine sopra è un détournement che vuole soltanto ironizzare sull’appropriazione di figure storiche da parte dei novelli fascisti, quindi non ha il fine di offendere il credo di nessuno (almeno stavolta)

Anche quest’anno dal 29 al 30 maggio, si è tenuta a Potenza la festa patronale di S.Gerardo. Come ogni anno, sterili polemiche si rincorrono quando il boato dei fuochi d’artificio si placa e un sinistro vociare prende il loro posto. Certo è che tutti ne approfittano per dar sfogo al loro qualunquismo, al loro gretto populismo, criticando l’amministrazione, il comitato feste e compagnia bella. Eppure tra tutto questo fragore di voci, un coro più sinistro si fa sempre più spazio: come un ronzio insistente, che fa capolino dai luoghi più reconditi della storia si sente l’eco della voce della violenza, dell’odio, del tradizionalismo, della virilità, insomma la voce dell’idiozia prestatosi alla politica da accattonaggio, il vecchio spettro del fascismo. Infatti ogni anno continuiamo a vederli sfilare nella parata dedicata al santo, portatori della statua, fidi tirapiedi dello Stato e del potere ecclesiastico. Il loro ruolo nella festività rappresenta alla perfezione il connubio venutosi a creare tra gli ambienti istituzionali (laici e non) e quell’area catto-fascista che armata di spugnette e scope, lustrano il loro idolo in segno di sottomessa volontà. Non a caso questi esseri goffi hanno eletto a loro idolo il protettore della città potentina, infatti essi stessi ne danno una descrizione nel loro ultimo volantino, ove tra un miscuglio di mitopoiesi, tradizionalismo e superstizione si spiega che il fervente S. Gerardo, scacciò dalla città suddetta la comunità catara (comunità descritta nei modi più parodiali), spintosi fin lì per far proseliti. Nel ritratto non molto simpatico del santo offertoci da questi novelli adepti, vediamo incarnato lo spirito dell’autorità divina e umana, il pensiero unico, la violenza, l’esclusione del soggetto diverso contrapposto al modello di virilità patriarcale e alla moralità cristiana. Ciò è evidente soprattutto nella rappresentazione dei catari,- ove secondo i nostri ferventi storici furono una comunità di anarco-pacifisti – i quali in tal caso rappresentano la “diversità”, la rottura con l’esistente e il seme utopico innaffiato dalle prime comunità millenariste nei cuori dei più poveri e degli oppressi, che dalla rilettura del Vangelo trovarono la motivazione per rivoltarsi, divenendo quindi una minaccia al mondo esistente e al potere dominante. Oggi quindi nella scarsità di modelli alternativi all’esistente (dovuta perlopiù ad una diffusa ignoranza sulla storia passata delle proprie terre e di coloro che la animarono in senso rivoluzionario), mentre la controparte sinistrorsa dopo un secolo e mezzo di socialismo si diletta ancora sulla scelta tra il fucile o la scheda bianca per combattere l’oppressore, l’unico gruppuscolo che tende l’amo usando come esca l’esistente velato da un senso di ribellismo, sono proprio coloro che dal Potere ne traggono giovamento e in esso vi trovano una tana sicura. Nel frattempo noi barcollanti tra le ombre della notte della ragione, tentiamo ancora di distruggere il presente, con un tocco di melanconica ironia e un sardonico sorriso che attraversa i nostri volti, brindando all’iconoclastia e alla morte di ogni idolo. Noi, cani randagi senza Dio, né santi, né fede, né padroni, ebbri della follia che ci circonda, strattoniamo i nostri corpi alla ricerca di un momento d’Anarchia.

Una gabbia per due

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Quando ti ho visto, ho pensato ad un miracolo!

Sei caduto dal cielo nel mio mondo angusto e sempre uguale.

Non ho mai ricevuto molte visite, anche se ho i vostri occhi, da che io ricordi, perennemente puntati addosso. Al tuo arrivo ho immediatamente percepito intorno a me un’eccitazione inconsueta: la gente urlava, mentre io non sapevo bene cosa fare.

Ti ho preso per i pantaloncini, eri così piccolo… ho pensato di mostrarti il mio mondo: lo so, non c’è molto da vedere… qui non succede mai niente.

Ho 17 anni, ma non ho una storia: ho una famiglia proprio come te, ma chissà dov’è, chissà se esiste ancora. Come vorrei riabbracciarla! Qui è tutto finto, ed io esisto per essere guardato da voi, e per far arricchire qualcuno alle mie spalle. Non ho scopo qui, non ho relazioni, non ho altro che mura alte intorno… mi racconti com’è il mondo lì fuori?

Ci sono altri gorilla come me? Ci sono foreste? Perché sono in questo posto? Davvero pensate che uno sguardo frettoloso al fondo di questa buca in cui mi avete cacciato vi possa far cogliere il mistero della mia esistenza? Pochi minuti, e vi sarete dimenticati di me, mentre io sarò qui, sempre qui, eternamente qui…Col cuore spezzato.

Davvero siete felici nel vedermi prigioniero, in questo luogo di fine pena mai?

Se potessi chiederti un favore, vorrei implorarti di accompagnarmi fuori di qui. Di prendere la mia grossa mano con la tua piccola mano, e di mostrarmi un pò della gentilezza che non ho ancora conosciuto. Deve esserci un modo di uscire – almeno per te – e quando uscirai tu, forse uscirò anche io.

Che ne dici, mi vuoi aiutare?

Sai, quei brevi momenti sono stati probabilmente i più belli degli anni che ho passato chiuso lì dentro. Finalmente qualcuno vicino a me, finalmente un contatto, per quanto fugace. Non volevo farti male, nonostante tutto il male che voi avete fatto a me. Sì, forse sono stato ingenuo a pensare che ci fosse un lieto fine, ma in fondo in qualche modo lo è stato. Quanti anni ancora avrei dovuto passare prigioniero lì dentro, per il vostro divertimento? E dal momento che nessuno ha mai compreso la mia tristezza, a pensarci bene è stato meglio così.

Non dimenticarti mai di me: e promettimi che un giorno, diversamente dai tuoi genitori, lotterai per un mondo dove non esistano prigionieri, e insegnerai ai tuoi figli – se ne vorrai, e se ne avrai – che nessuna vita è una merce, che la libertà è ciò che di più importante esiste al mondo, e che è necessario lottare per proteggerla: non solo la propria, ma anche quella altrui… anche la mia.

Quando mi hanno sparato, l’acqua si è tinta di rosso. Ti ho guardato, e mi sono accasciato. Finalmente ero libero.

Fonte: https://animaliena.wordpress.com/2016/05/30/una-gabbia-per-due/

La liberazione totale come considerazione egoista e iconoclasta

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Cosa significa per me essere un caotico? Significa una ricerca costante dell’ignoto. Delle situazioni non sistemiche. Quando mi riferisco al caos non è nel senso di un entità, ma nel senso dell’ignoto. Il caos possono essere le situazioni che non richiedono motivi politici per essere create. Può essere una pura e semplice esplosione di odio verso i nemici. Può essere in ogni e in qualsiasi momento. E’ l’esistenza stessa. Tutto quello che la specie umana pensa di aver pienamente compreso, valutato o domato non è altro che il caos dell’esistenza. Ed è verso questo che io gravito. Verso l’ignoto. E penso che tutti i definitori di qualsiasi “specie” chiudano un occhio su questo. Questo nichilismo esistenziale e questa negazione della definizione dell’esistente mi muovono verso la lotta per una liberazione totale della mente e del corpo. Il motivo è la soddisfazione dell’individuo o degli individui che partecipano alla creazione di queste situazioni, e in questo modo sovvertono la normalità. Tutto quello che viene sistematizzato diventa normalità.

La liberazione totale per me non è un progetto di lotta generale per “salvare” il tutto, e neanche un piano. Chiarisco questo prima di continuare. Non è nemmeno una propaganda né un reclutamento di nuove pedine nelle mani di un nuovo obiettivo, usando nuovi o esistenti soggetti rivoluzionari non-umani. Come essere egoista comprendi che una guerra totale si è dispiegata attorno a te, contro tutto. Come essere nichilista, non dichiarando la resa nella guerra contro ogni catena, ne sarai coinvolto, dato che ti trovi, ovviamente, a far parte dell’esistenza. Vedendo la dominazione presente (sempre esercitata da umani civilizzati, ma particolarmente estensiva oggi) sugli animali non-umani e sulla terra (che si riflette, quindi, sugli animali umani), ho scelto di non rimanere in disparte, perché come anarchico, e con la coscienza contraria a tutto l’esistente, vedo l’anarchia come come una parte integrante della mia agitazione contro il mondo attraverso il caos, e non attraverso i concetti sistematizzati o qualsiasi forma di ordine o giustizia. Vedo l’anarchia come una percezione esoterica contro tutti i sistemi e come un metodo di liberazione dell’ego, passo dopo passo, da ogni forma di catene morali, sociali, culturali, ideologiche, e non come un movimento o una lotta di massa, o un’opposizione davanti al parlamento. In poche parole, diamo alla politica ciò che le appartiene. Un enorme pietra tombale. Comunque, chiunque leggerà questo testo comprenderà che io non so esprimermi in politichese, e neanche mi interessa. Adesso, dopo aver chiarito che la coscienza e il pensiero politico non definiscono né la mia affinità né i miei compagni anarchici, continuo.

Che cos’è l’anarchia? Non è certamente la fede in una bestia esigente chiamata Obiettivo. L’anarchia è la condizione di realizzazione dell’individuo quando si trova in guerra con l’esistente e quando inizia rispondere ai colpi in qualsiasi modo sa o può, stabilendo come meta la distruzione di quante più catene possibili, che mantengono l’individuo separato dall’autocoscienza e dall’autodominio. Sempre su base individuale. Sempre iniziando individualmente. Senza tentativi di massificazione o fede nelle verità oggettive. Quindi, si tratta di un metodo di lotta da iniziare individualmente, e che anche quando diventa collettiva serva sempre gli interessi di ogni singolo individuo. Si tratta di una situazione continua di qui ed adesso, senza aspettare di raggiungere un obiettivo finale. Quando comprendi che sei un detenuto, non è meglio cercare di evadere che aspettare una morte lenta? In più, non esistono forme specifiche di anarchia. Se fosse così saremmo rinchiusi in una gabbia di specialismo e idolatria. Sabotaggio, vandalismo, guerriglia urbana, liberazione degli animali non-umani, produzione di discorsi e di materiale stampato del pensiero anarchico e analisi delle tattiche, o attacchi fisici a coloro che mantengono ogni catena e morte delle nostre vite… E, naturalmente, la cosa migliore sarebbe che ogni gruppo o individuo incorporasse tutti questi metodi invece di specializzarsi. Tutto questo sono forme di anarchia contro la società, lo Stato e la civiltà. E non esiste neanche un modello o un modo specifico di vita che ogni anarchico dovrebbe seguire. Si tratti di un refrattario al lavoro, o di quello che lavora all’interno del sistema per “sopravvivere” (sempre cosciente della distruzione del lavoro; non considero il mio compagno colui che vuole autorganizzare il lavoro, ma quello che concepisce il lavoro come una delle relazioni sociali da distruggere), o che vive in una capanna nelle montagne, o in una metropoli, per me non fa nessuna differenza. E neanche la “classe” da quale proviene non fa nessuna differenza. Però, ognuno che si trova nella condizione di lavoro e cerca dare una giustificazione o un significato a questa catena è degno della propria miseria.

Non ho scelto io di nascere in questo mondo, ma comunque sono nato. Dopo aver per anni osservato il mondo sono giunto alla conclusione che la vita acquista valore solo attraverso le relazioni non-sistematizzate, e questo diventa una maledizione in ogni sistema. Sarà spezzata questa maledizione durante la mia vita? Sta su di me e sulla scelta della mia negazione. Comprendo, ovviamente, che le situazioni differiscono, alcuni dei miei compagni (umani o no) si trovano dietro le sbarre e c’è ben poco che possono fare per riprendersi la propria libertà fisica. E qua sta il grande ostacolo. Il valore dell’umanità gode ancora, purtroppo, di “buona salute” sul trono degli dei non-esistenti, e questo meschino teatro che hanno nominato civiltà non ha ancora recitato il suo ultimo atto. Se adesso qualcuno mi chiede perché parlo della liberazione totale, cosa voglio esprimere con questo concetto, dato che dalle mie parole sembra che io non creda negli umani (come ruolo, valore, e del resto in nulla come valore intrinseco), risponderò che non devo nulla a nessuna specie o a nessuna “umanità” (termine totalmente astratto con caratteristiche massificate), e dato che ho riconosciuto la fonte di tutte le catene attaccherò di conseguenza. Decostruirò completamente questo concetto, in cui nome e in cui fede enormi catene sono state create. E dato che non sono stato raggirato, né dimentico la diversità o l’esotericismo di tutti gli esseri viventi, so che ci sono altri che la pensano in modo “simile” al mio, e credo, ovviamente, che lo scambio di pensieri e modi di agire sono di un’estrema importanza. Quindi, il concetto di liberazione totale, secondo suddetto, sottintende una considerazione che coinvolge tutto l’esistente, senza cercare di definirne la moralità, assegnarne dei valori intrinsechi e ruoli (considererei questo alquanto antropocentrico, come analizzerò di seguito), decostruendolo completamente e portandolo al punto del nulla. Da qua, con il nulla come base e avendo rigettato completamente il determinismo scientifico interconnesso con l’ideologia del profitto, cioè, tutti i costrutti del “progresso” degli animali umani, l’individualità è in cerca della sua relazione con il proprio ambiente attraverso i tentativi non-sistematizzati, negando tutte le relazioni/ruoli preesistenti – costrutti della società, della esistenza civilizzata. Ossia, nella lotta per la libertà individuale la mia coscienza sa che la libertà del mio ambiente è di vitale importanza. Attraverso l’attacco e la distruzione verso l’ignoto. Verso nuove relazioni.

Che cos’è la libertà? Si tratta di un’entità che trasformeremo in un obiettivo o in un progetto da raggiungere? Creeremo un’altra idea immaginaria o divinità? Per me la libertà è la condizione in cui l’individuo lotta per conquistare sempre più caratteristiche della vita caotica, che gli sono state tolte dal giorno della sua nascita, e per distruggere i responsabili (esseri o idee) che ostacolano il corso verso questa direzione. Non userò il concetto di libertà come un’entità o come qualcosa di palpabile, che è un concetto assoluto con una destinazione finale o una condizione finale.

Ho menzionato il nichilismo nel prologo di questa rivista. Il nichilismo è la negazione di tutto quello che non senti come tuo in quello che ti circonda. E’ vedere chiaro da un punto di vista non-ottimista, indifferente, gli aspetti dell’esistente che cercano di donare il soffio della vita o gestire una realtà che è diventata una gabbia. Si tratta di vedere col disgusto e l’odio gli aspetti dell’esistente che cercano di espandere la mostruosità che hanno creato, e che si regge su così tanti cadaveri che puzza di ptomaina, anche se si impegnano di celarlo. E’ l’attacco a ogni unità immaginaria delle masse sociali e masse materiali. E’ l’attacco a ogni catena del pensiero, come la moralità, e a ogni concetto spettro che perseguita la coscienza dell’individuo, chiedendogli la realizzazione degli obiettivi. E’ l’attacco a tutto quello che può essere insediato e mantenuto come sacro. Il nichilista è colui che riconosce che questo mondo addomesticato (società, Stato e civiltà) è una gabbia per l’ego. E’ colui che guarda alcune volte col sarcasmo e altre con l’odio questo mostro, che è la massa con i loro ideali. Il nichilismo può essere un’emozione e un modo di pensiero critico della negazione. E’ l’abisso dell’individuo stesso, ma getta anche nel nero abisso tutti gli spettri, costrutti della società. Questo è connesso all’egoismo. L’egoismo è la manifestazione dei desideri interni dell’individuo. L’egoismo è la realizzazione e l’attualizzazione dell’esotericismo e dell’unicità dell’individuo. Non instaurando una nuova entità come qualcosa di definitivo e completo, ma piuttosto distruggendo tutto questo che detiene il potere sull’ego altrui. Collocando l’individuo stesso sopra di tutto, come una ed unica individualità, che solo la sua coscienza può controllare. La coscienza egoista non sacrifica l’individuo per nessuna idea. Si tratta del fuoco che mantiene in vita una persona che si regge sui propri piedi dopo aver rigettato ogni unità sociale. L’individuo vive per sé stesso e per la soddisfazione propria, e per nessun altro come obbligo. Avendo rigettato ogni ruolo o richiesta degli spettri (o dell’Uomo o della Natura) dalla fogna sociale, sceglie da solo le proprie relazioni con gli altri individui (umani o non), e si lancia come un falco all’attacco contro la civiltà. Non deve niente a nessuno e deride tutti gli ideologi che credono nelle grandi idee sull’umanità, anarchia o qualsiasi altra cosa posta sul trono come un valore che può essere rivendicato moralmente.

Perché non credo nell’Umano? Perché non credo che la specie umana possieda delle caratteristiche che sono di per sé “buone” e che sono state soppresse dal sistema, come dallo Stato o dalla civiltà. Cioè, non penso che i “semplici” cittadini siano degli “innocenti”, estranei a questo mondo che annichilisce la vita e i desideri. E non lo sono neanch’io. Dall’altra parte, non penso neanche che ogni umano possieda delle caratteristiche di per sé “cattive”. In poche parole, per me questi residui morali del “buono e cattivo” semplicemente non esistono, perché non definiscono le caratteristiche degli umani e, ovviamente, nessuna specifica caratteristica umana può essere definita in modo generale. Se mi rivolto contro l’Umano è perché rappresenta la catena con cui la società ha legato l’individuo alle varie cause, e soprattutto all’essere. Non perché guardo all’umanità come ad un insieme. Dall’altra parte, critico la massificazione dell’umanità in senso dell’odierna dominazione su, letteralmente, ogni cosa sul pianeta, e quindi riconosco in questo modello il nemico. Naturalmente, odio e aborro il modello antropocentrico dell’umano e per questo mi rivolto contro di esso. Contro chi mi rivolterei verbalmente e contro chi fisicamente, questo è un’altra questione. Per me non è una questione di moralità, ma di scelte personali. Quindi, secondo me, l’anarchico dovrebbe prima di tutto chiarire questa questione nella propria mente. Da dove provengono le catene della mente e del corpo? Forse dagli animali non-umani o dalla terra? Chi ha creato le istituzioni, la moralità, gli Stati, la civiltà? O ci sono persone nate per esercitare il Potere, o per essere qualsiasi tipo di leader in questo mondo, e quindi dovremmo rivoltarci solo contro di esse? Perciò penso che chiunque si sia posto queste domande si sarà anche liberato dalle pesanti catene. Per questo considero ridicolo che molti anarchici ancora parlano dell “umano” (come qualità), o cos’è “umano”, e in generale per determinare le qualità comportamentali come di per sé “buone” e “cattive”. Penso che sia senza senso e inconsistente. Per me rappresenta un errore anche vedere nell’Umanità una unità di specie. “L’umano” è sempre stato, e continuerà ad esserlo, in conflitto con l’individuo egoista. I suoi valori morali si scontreranno sempre con l’indipendenza di questi residui individualisti. Purtroppo, questa piaga sopravvive ancora in numerosi anarchici e li fa credere in un obiettivo superiore basato sugli spettri, come lo è il valore dell’Uomo.

Sono anche molto distante dalla mentalità che concepisce noi stessi con la “questione umana”. Per me l’antropocentrismo è una catena gigante con cui la persona si lega ad un mondo non-esistente, e in un certo modo la isola da molte altre possibilità. Questo è la trappola del mondo antropocentrico. E’ un tumore della mente provocato dalla civiltà, ma la maggior parte degli anarchici non lo riconosce così facilmente. Considero antropocentrici anche molti eco-anarchici, per non illuderci. Per definire cosa intendo per antropocentrismo dirò che prescinde il solito modo di concepirlo, cioè ponendo l’essere umano come centro della terra al quale tutto il non-umano dovrebbe sottomettersi. Per me l’antropocentrico è anche colui che cerca di definire tutto all’infuori dell’umanità con degli termini eticamente oggettivi, creati dalla società umana addomesticata. Non sto cadendo adesso nella trappola del moralismo, e in nessun caso sto dicendo che l’individuo che appartiene alla specie umana non è degno di avere una propria opinione e delle teorie sul mondo esterno, e quindi di attendere delle entità deterministe che lo guidino. Se le teorie e le percezioni si dischiudono dall’interno, da un’individualità che nega i ruoli, come lo è “l’Umano”, perché un costrutto sociale, questa individualità non creerà dei nuovi ruoli o non porrà nulla all’infuori di sé come valore morale. Cioè, ad esempio, a me il biocentrismo e l’ecocentrismo sembrano delle parti integrali dell’antropocentrismo. Si tratta di un antropocentrismo mascherato che può veramente convincere che non lo è. Ci sono due sistemi di etica deontologica che operano come codici di comportamento e di definizione verso gli animali non-umani, la terra e anche verso gli umani, creati dalle assi centrali della percezione umana addomesticata, senza la critica dell’identità Umana o dello spettro della Natura Umana. L’antropocentrico è per me anche colui che non combatte innanzitutto per sé stesso, ma con l’obiettivo di salvare gli animali non-umani o la terra, portando una tonnellata di altre catene nella sua mente. Qualcuno potrebbe obiettare che questo è l’esatto contrario dell’antropocentrismo, ma si sbaglierebbe, perché qua sono state preservate le caratteristiche dell’essere umano come privilegiato, liberatore o come strumento di un essere superiore, della Natura che chiede “giustizia”, propenso all’eroismo, a causa del pensiero civilizzato. Per me l’antropocentrico è anche l’ottimista convinto che ogni cosa su quale posa le mani, per cambiare qualcosa (per “il bene superiore”), sarà necessariamente positiva per lui o per gli altri esseri, accettando, inconsciamente, di porsi in questo modo al centro. Azione e interazione esisteranno finché esiste la vita. Il punto è che ognuno dovrebbe essere cosciente che ogni cosa ha delle conseguenze. Quindi, cosa si rivelerà positivo o negativo per qualcuno dipenderà dal livello di incatenamento esterno o interno di ognuno. Il fatto è che non si dovrebbero creare ruoli di comportamento, bensì distruggere ogni sistema e autorità iniziando da sé stessi. Perché finché questi esisteranno il bisogno della moralità aumenterà. E questo bisogno è una sepsi esoterica. Penso che dietro l’etica sistematizzata l’individuo dovrebbe scoprire le sue verità personali soggettive (senza investirle di ideologia) attraverso il collegamento della teoria con l’azione. Non esiste la verità oggettiva. L’antropocentrismo, l’ecocentrismo, il biocentrismo, sono tutte delle verità oggettive. Anche l’egocentrismo, in senso di possedere degli elementi specifici immutabili, presenta una forma di oggettività e quindi una catena.

Quindi, dato che lo sfruttamento degli animali non-umani e della terra, o l’indifferenza verso gli umani, contrastano con la mia estetica e la mia critica, e non mi permettono di godere del mio ambiente, ho preso la via del potere. Del potere della vita. Della situazione di vivere. Nel modo più spontaneo che possa essere e nel modo più aggressivo verso ogni forma di autorità. Oltre le norme e le regole. Sono con ogni animale, umano o non-umano, che vuole combattere contro ogni catena, sia fisica che morale, politica, sociale, culturale, con un unico scopo. La propria vita. Nel modo più primordiale e più lontano possibile dalla società dello spettacolo. Senza vivere nell’illusione di cambiamenti drastici contro la megamacchina o la stupidità umana, perseguo momenti di auto-realizzazione. Non credo che si arriverà presto al collasso della civiltà, e anche se dovrebbe succedere in questo istante a causa dell’esaurimento di risorse naturali, mi chiedo quanti umani cercherebbero un modo civilizzato per arrampicarsi nuovamente sul trono (quando uso la parola civilizzato non mi riferisco al modo in cui le masse civilizzate utilizzerebbero il mondo, la civiltà è violenza sistematizzata, fisica e pneumatica). Forse i disastri fisici potrebbero distruggere le parti materiali della civiltà, ma non voglio addentrarmi nei dettagli per evitare che il testo si trasformi in un monologo monolitico, e non ho neanche nulla a che fare con il determinismo. In più, non parlo da nessun punto di vista che crede in qualsiasi significato della vita. Lascio le analisi universali agli scienziati, la cui “intelligenza” ha contribuito alla creazione di questo mondo di gabbia razionalista del progressismo, e anche a tutte le specie di religiosi o spiritualisti, chiunque essi siano per me non fa differenza.

La civiltà oggi è una struttura sociale altamente sistematizzata, che tende ad un’urbanizzazione sempre maggiore, ad una velocità immensa, interconnessa con il rapido avanzare tecnologico, che ha dimostrato il suo dominio sull’intero ambiente della terra. La civiltà addomestica. Quando nasci sotto il regime dell’addomesticamento diventa difficile riconoscere le sue strutture, decostruirle e negarle nella tua vita. Però, non impossibile. Penso che dovremmo, nonostante tutto, continuare, tutti noi che vogliamo distruggere sempre di più la civiltà nelle nostre menti e nei nostri corpi. Siamo tutti animali. Possiamo scegliere se essere degli animali selvaggi (nel senso dell’unicità e della negazione specista, che si oppone ai valori e alle priorità morali). Nonostante questa vita sistematizzata, fatta di regole, che sopprime ogni traccia di unicità e di desiderio di vivere per godersi la vita, e senza così tanto dipendere dal materialismo e dalla tecnologia, che rappresentano tutto nell’odierno mondo capitalista, mosso dal profitto. E vivere per sé stessi e non per essere parte di qualsiasi sistema, e non per dipenderne fisicamente o pneumaticamente. Non per staccarsi dall’ambiente naturale e vederlo come un’immagine. Per me, l’immagine è quella che noi viviamo all’interno delle città. La civiltà crea solo dei riflessi di vita. Questo ha trasformato tutta la vita in merce. Gli enormi edifici mi tolgono l’aria, annunciandomi la presenza dell’autorità che annega la vita. Qualcuno una volta mi disse che gli edifici non sono simboli dell’autorità. Beh, per me lo sono. Sono le fortificazioni dei civilizzati nelle loro gabbie. Coloro che hanno sottomesso lo spettro che chiamano “natura” e adesso si sentono così sicuri della propria superiorità e del dominio, cercando sempre di assicurare una normale mantenimento della civiltà con i sempre nuovi strumenti tecnologici, mentre smetteranno di offrire i beni naturali. La tecnologia è un nemico perché è inestricabilmente connessa con la favola del “progresso” e con i falsi bisogni creati dalla società, e l’unica cosa che può offrire è una imitazione della vita e un riflesso di quello che viene definito, dalle masse civilizzate, “la vita normale”. Inoltre, la tecnologia ci offrirà sempre più strumenti di controllo o di repressione, e sarà molto più di un’arma nelle mani di ogni Stato, una parte legale dell’esistente. Con ogni sviluppo della tecnologia la libertà di ogni individuo sarà sempre più ristretta. La tecnologia rappresenta anche un’enorme aspetto dell’economia, che a sua volta rappresenta un’enorme parte di ogni meccanismo statale. Ma quando vieni su questo mondo, dentro questo addomesticamento, è estremamente difficile comprenderlo. Soprattutto per quelli che nascono nelle grandi città, è troppo difficile per loro comprendere il mondo oltre a questo. Il cemento diventa più sicuro dell’ambiente “naturale”. La cosa più importante, ovviamente, per ognuno è non permettere di diventare “naturale”, ma di conservare l’autorità e il sistema sugli individui. In qualunque ambiente uno possa trovarsi è meglio che comprenda prima di tutto questo. Gli Stati, le società, le civiltà, tutto questo deve essere demolito. E sepolto in profondità per l’ascesa dell’individuo libero. L’unico animale non civilizzato. In che modo ognuno si muoverà verso questa direzione della de-civilizzazione, attaccando simultaneamente tutte le strutture della civiltà che sistematizza e controlla la vita, dipende solo da lui. Non sto scrivendo questo testo perché ho qualche soluzione da offrire, ma sto solo condividendo degli interrogativi che potrebbero sviluppare delle idee e aprire un dialogo attraverso la teoria e l’azione. Dall’altra parte, non mi permetterei di giudicare, come un moralista, colui che abbandona il mondo antropomorfo per andare a vivere in montagna o in foresta. Non lo chiamerei codardo (perché questo è l’unica cosa che non è) e non direi che ha abbandonato l’anarchia. Senza le illusioni di una vita “naturale” o di un’unione con la “natura” può essere semplicemente una scelta. Per non ripetere ancora, l’anarchia include metodi sperimentali che si concretizzano nel presente, non in una “lotta” tassativa per raggiungere una situazione finale. Ovviamente, se non combatti attaccando adesso, domani la civiltà ti consumerà ancora di più. E qua apro un’altra questione. E’ più libero colui che quando viene preso dal nemico rifiuta di utilizzare ogni strumento civilizzato della legge e si trasforma in un ostaggio eterno nella galere dello Stato, o colui che utilizzerà ogni strumento offertogli dai giochi civilizzati dal nemico, ingannando il nemico con lo scopo di soddisfare almeno il proprio aspetto fisico di libertà? Forse non è neanche una questione da mettere in confronto, ma penso che questo chiaramente ha a che fare con la coscienza e il desiderio di ogni individuo, e come lui porrà il suo percorso nella guerra contro l’esistente. In ogni caso, non dovremmo idoleggiare i compagni che hanno scelto la prima strada, come se si trattasse di una fine “naturale” per ognuno che si scontra con l’esistente, perché in questo modo creiamo ideologia e idolatria. Ovvio, penso che ci debba essere rispetto sia verso di loro, che verso le scelte che hanno fatto. Però, penso anche che dietro questo esista un’idea “maggiore” di anarchia, e forse uno scopo “maggiore”. Penso che chiunque abbia trascorso abbastanza tempo della propria vita accanto ad un ambiente non fatto dall’uomo e abbia sentito le emozioni che può offrire, non può scegliere la prima via, considerando che forse mai più nella propria vita potrà salire su una montagna, camminare nelle vaste valli, perdersi nella foresta, sedersi sulle sponde del fiume. L’idea della gabbia forzata con le sbarre gli porterebbe via tutta l’energia vitale. Forse questo sarebbe la fine. Forse no.

Per quanto riguarda invece la parte intangibile della civiltà, voglio attaccare il modo civilizzato di pensare e gli ideologismi, come questo del “progresso” e della conservazione dell’istinto di sopravvivenza degli umani attraverso la civiltà materiale e la tecnologia, o addirittura la medicina. Inoltre, è anche troppo ovvio che non si tratta neanche di sopravvivenza, ma di auto-decostruzione e di creazione dei falsi bisogni. La tecnologia, la scienza e l’industria sono i perpetuatori del profitto, carburante del capitalismo, il quale non esisterebbe senza una massa umana di seguaci, legati ad esso dall’idea di Stato. Lontano dal modo di pensare che i primitivisti tendono di esprimere, io qua parlo del bisogno di mettere tutto sul tavolo e analizzare da nichilista. E non perché troveremo la soluzione per ritornare alle storiche società primitive, inoltre impossibile nel mondo odierno. Voglio sottolineare che, secondo me, se qualcuno vuole attaccare la civiltà dovrà prima attaccare e negare tutto quello che parassitizza nella sua mente, e proviene dalla società. Se la persona non ha negato tutte le istituzioni sociali, morali e i valori predeterminati, probabilmente finirà con l’anticivilizzazione moralista.

Che cos’è la società? Sono le relazioni di dominio (i ruoli sociali e i costrutti che governano le relazioni individuali), come anche tutte le istituzioni di governo e di dominazione caricate su una persona, nel nostro caso si tratta di un’organizzazione molto efficiente, di un modello capitalista sistematizzato all’interno di una moderna civiltà tecno-industriale, ossia di una definitivo carcere della vita. Dal momento della nascita, direttamente nella gabbia. Per me l’identificazione del problema non si ferma alla critica di questo modello sociale. Ogni modello di società sarebbe oppressivo per me, sia esso primitivo o moderno. Non mi interessa un’organizzazione sociale che va da qualcuno verso qualcuno. Non accetterò mai, in nessun caso, di mia spontanea volontà qualunque tipo di organizzazione sociale che decide per me o definisce il mio modo di vita. E neanche con chi. Perciò, non accetterei né una società anarchica né comunista o primitiva. Non delego me stesso a nessuno, a nessun sistema, né alla democrazia diretta né alle decisioni di tutti per tutti. Perché in questo modo l’individualità si troverebbe di nuovo incarcerata. Nessuno deve niente a nessuno, e se il raggruppamento che fanno non è basato sull’adesso, esigeranno un presupposto per tenerli legati in futuro, il che rappresenta una pesante catena e una delle più grandi forze della società. Se le relazioni che le persone scelgono non sono indirizzate a soddisfare prima e soprattutto i propri bisogni, allora queste persone sacrificheranno i suoi bisogni per soddisfare quelli degli altri. Anche se queste interazioni dipendono dal livello di affinità che le persone hanno raggiunto e quanto coscientemente una persona condivide i suoi bisogni con lo scopo di soddisfare i propri, e non per sacrificarli. Per nessuna idea, nessun ideale, nessuna persona. Se chiunque all’infuori della persona è qualcuno che essa ama o sente coscientemente affine, allora essa sentirà il bisogno di sostenerlo, ma sempre presupponendo che si tratti di un interesse personale. Il suddetto va applicato in ogni relazione tra individui liberi. Se le su menzionate relazioni o raggruppamenti non vengono creati secondo un completo cosciente desiderio dei partecipanti, allora saranno solo dei mezzi di appartenenza. Se non ci sono presupposti per questo tipo di relazioni allora la solitudine rimane il nostro l’unico compagno, e dovrebbe essere abbracciata con fierezza. E queste relazioni affogheranno comunque nella palude dell’alienazione se possiedono un qualunque prefisso sociale o si basano su un qualunque modello sociale. Tutti i ruoli sociali e i titoli che ci legano alla società vengono mutilati nella mente del nichilista. L’identità politica, la capacità civile, i ruoli di genere, la condizione sociale, la classe, l’umanità, tutto offerto al fuoco. Altrimenti non ha senso dire che siamo contro la società. Faccio alcuni esempi. L’immigrato o il lavoratore sono automaticamente dei ruoli sociali. Come anti-sociale voglio distruggere tutti i concetti di ruoli sociali e non riprodurli per le “lotte” e altre cazzate. Io vedo entità biologiche. Chiunque di loro presenti qualcosa in comune con me può condividere qualcosa con me. Dipende, naturalmente, dal livello di vicinanza. Tutti i concetti morali (o moralistici), come antirazzismo, antisessismo o antispecismo non sono cose mi riguardano, o che io userei come prefisso di una “lotta”. Perché collocano dei soggetti, ruoli e comportamenti socialmente domati, che ognuno dovrebbe seguire, e creano della vittime. Lo sbirro nella testa, questo terrificante sistema-sistemi, come la moralità, è qualcosa che crea le catene, non le distrugge. Se sei un anarchico anti-sociale, non necessiti di questi termini o di questo modo di pensare per rifiutare il razzismo, il sessismo o lo specismo. Ma io parlo solo per me stesso, non per altri. Se sei contrario alla società/civiltà non farai nessuna separazione essenziale basata sulla razza, sesso, specie, anche se dall’altra parte non chiuderai gli occhi davanti alle differenze parlando di “uguaglianza”. Penso che questo sia ovvio. Coloro che si uniscono, o si vedono, nella lotte degli immigrati (questo solo come esempio, perché ce ne sono degli altri quasi identici) creano una generalità intorno agli soggetti oppressi. Certi anarchici vedono sé stessi come dei “protettori” o dei “salvatori”, flirtando con le loro future marce idee sul comunismo o qualunque altro spettro che unisce i rivoluzionari. Se qualcuno ancora vuole parlare degli “esclusi” colpiti dalla “cattiva” società e fare delle analisi tra i ricchi e i poveri, creando umanitarismo, invece di negare la società dalle sue radici, allora si è intrappolato da solo nei giochi dell’autorità e della vittimizzazione. Quindi, dovrei io, per essere “politicamente corretto”, vedermi nelle lotte degli immigrati o dei lavoratori, o di qualunque altro oppresso ruolo sociale, che può riprodurre a migliaia di comportamenti autoritari, secondo me, o adoratori di spettri? Di quello stesso immigrato che dopo essere stato ospitato in un posto occupato, il giorno dopo sventolerà la bandiera del proprio Stato, che lo ha portato ad abbandonarlo nella ricerca di una “vita migliore”? Cosa ho io da condividere con una persona simile? Le generalità e la vittimizzazione sono per i deboli, per i ciechi o per i già morti. Le relazioni o le lotte tra gli esseri viventi non si costruiscono attraverso le unioni sociali, ma solo attraverso quelle personali. Non parlo di cose immaginarie. La pratica è quella che svelerà gli anarchici ancora una volta, e non delle stupide parole sull’unità, come reagirà lui/lei nella sua vita personale, nelle differenti e separate situazioni, a quello che gli/le accade di fronte, e non definendo gli individui attraverso le classi sociali o posizioni. Il cosiddetto “immigrato” è solo un essere umano. Non è qualcuno che a causa del ruolo assegnatoli dalla società diventa automaticamente per gli anarchici un soggetto rivoluzionario. Posso condividere qualcosa con lui, e posso anche non condividere nulla. Per questo motivo sarò sempre indifferente verso le unità delle lotte umane basate sulle tesi di qualsiasi soggetto represso o rivoluzionario. Le loro origini sono chiaramente sociali e non hanno nulla a che fare con l’anarchia. E’ chiaro che chiunque parli ancora dei movimenti non ha nulla da spartire con il mio modo di pensare. Loro vogliono appartenere a qualcosa di più grande. Loro lottano per una causa più grande. E anche se tutti loro parlano dell’abolizione dell’autorità, sembra infine che il significato di uno si differenzi molto dal significato di un altro. Perciò, la definizione dell’autorità inizia innanzitutto da come ognuno percepisce sé stesso. Quando una persona sente il bisogno di appartenere a qualcosa si troverà infine coinvolta con molti termini spettri, e si sottometterà al processo delle lotte unite, all’interno di una alleanza generale contro “l’autorità”. E qui tutto si aliena. I termini come “obiettivi” o “autorità” diventano degli spettri, non solo perché non uniscono ma, anzi, separano ancora di più.

La società è anche una sostanza materiale. E una parte di essa è la massa, unita in una non-esistente unità “entità”. Una volta qualcuno mia aveva chiesto “chi è la massa”. La massa è chiunque non pone in questione la propria alienazione, schiavitù, normalità. Chiunque segue le ideologie invece di sé stesso. Chiunque predica moralità invece di realizzare i propri desideri. Chiunque permette che la propria esistenza sia dominata dagli spettri. Onestamente, non me ne può fregare di meno della massa.

Chiunque possieda una coscienza contro la società e la civiltà avrà rigettato dalla sua testa ogni spettro sull’uguaglianza, i diritti umani/animali o il riciclaggio, o qualunque altro mito civil-sociale. Chiunque abbia compreso che la vita va al di là della civiltà monolitica, e non è stato ancora consumato dal tumore urbanistico delle città, o non è rimasto a nuotare nelle acque paludose dell’antropocentrismo, prenderà una boccata di aria fresca essendosi liberato da queste tossine della propria mente. Attaccherò lo spettro dell’uguaglianza perché si tratta di un termine astratto moralista che richiede l’esistenza di un sistema morale o di diritti. Nessun individuo è uguale all’altro. Questo non significa che faccio una distinzione di “superiore – inferiore”, ma significa che ogni individuo è unico e tutto un mondo di per sé. Per questo ogni sistema vuole togliere ad ogni individuo, inventando miti sull’uguaglianza (la robotizzazione, così non puoi esplorare i tuoi poteri) o i diritti creati da ogni autorità per convincerti di non essere un prigioniero o di avere delle scelte. Gli anarchici non dovrebbero mai cadere in questo tipo di tranelli dei termini. L’unica uguaglianza che mi posso immaginare è forse quella biologica, che tutti gli individui sono nella condizione di vivere. Ma, se uno pensa al modo come ogni individuo vive la propria vita allora non esiste nessuna uguaglianza, perché nuovamente dipende da quanto uno si assume la responsabilità cercando di vivere secondo i propri termini. Preferirei dire che l’essere umano rappresenta l’animale più debole, perché l’abilità del pensiero sistematizzato e il razionalismo hanno raggiunto un livello con la massificazione e il “progresso” letteralmente parassitando la terra e tutto quello che la abita. E adesso cerca di combatterlo parlando di estinzione, secondo i ritmi odierni, o con i metodi riformisti, o con modelli radicali e la consacrazione del “non-civilizzato”. Ma io nego ogni futuro programmato che distrae dalla realtà presente. E’ necessaria un’azione catastrofica senza presupposti di una nuova creazione. Basta con la creatività. La distruzione è la creazione di nuove possibilità. Io ritengo che la persistente teoria sul salvataggio della terra, con l’importanza che può sembrare, porta ad una stagnazione, perché questo mondo sistematizzato dentro la società, lo Stato, la civiltà, non permette una vero movimento verso una simile direzione. Perciò, se l’individuo ha compreso questo rimane la sua un’unica scelta. Attaccare e distruggere. Per quanto riguarda la maschera “verde” che lo Stato ha indossato e il riciclaggio, posso avere solo un atteggiamento ostile, perché si tratta di parti del sistema creati dal sistema per lo stesso sistema. Questi giochi economici con la faccia ambientalista possono contribuire solo alla perpetuazione della megamacchina. Non parlo da nessun punto di vista ambientalista, penso che sia ormai chiaro.

Ovviamente, potrei dire che nella mia lotta contro l’esistente considero tutti gli animali non-umani molto vicini a me. Non come la generalità di tutti gli animali non-umani, naturalmente, perché anche tra gli umani odio o disprezzo certi gruppi o individui, lo stesso chiaramente succederebbe con i non-umani sotto differenti condizioni di coabitazione e di vita. Ma, date le circostanze odierne e la realtà presente applico quello primo. Sono fiero di considerare come dei compagni gli animali non-umani, la forma di vita non civilizzata (che purtroppo l’animale umano ha civilizzato su larga scala, senza però riuscire ad assoggettarla, perché la spontanea coscienza di vita troverà sempre dei modi per ribellarsi), perché si tratta di individualità senza nessuna coscienza politica, individualità che vivono per vivere, e anche se si possono notare alcuni comportamenti autoritari tra i vari gruppi degli animali non-umani è solo a causa degli individui e non perché esiste qualche tipo di autorità strutturata civilizzata. La mia esperienza personale ha formato la mia coscienza verso questa direzione. Non pretendo di “comprendere” gli animali non-umani o che loro “comprendono” me. E’ l’interazione senza i ruoli che fa la vera differenza. Quando agisci come un’individualità, senza i valori predeterminati o identità, puoi sentire sensazioni differenti. Riesci a vedere cose differenti. Non deve sempre essere che devi distruggere quello che non riesci completamente a capire. L’amore e rispetto sono cose che veramente significano qualcosa all’egoista quando li sente. Delle sane relazioni tra gli animali umani e non-umani possono chiaramente svilupparsi, senza alcuna designazione di prefissi sociali e residui specisti. Il livello di realizzazione per ognuno di noi dipende da cosa lo determinerà. L’ambiente in cui questo si realizza non gioca nessun ruolo, sia fuori o all’interno della civiltà, quando i ruoli sociali e l’antropocentrismo vengono decostruiti appaiono delle altre prospettive. Il problema, ovviamente, rimane ancora la prigione materiale. Cioè, le relazioni tra gli animali umani e non-umani all’interno di un ambiente urbano presenteranno le stesse problematiche come tra gli umani. L’ambiente urbano-prigione spreme la vitalità e restringe automaticamente le possibilità. Sono sicuro che i centri di controllo della vita avranno “offerto” molte volte sensazioni di depressione a coloro che hanno sviluppato una critica simile alla mia. Avranno sentito che l’appartamento è una gabbia all’interno della prigione, che è la città. Dentro la civiltà siamo tutti nelle gabbie. Gabbie che alcune volte sono visibile e altre invisibili. Dentro la città l’individuo si estranea completamente dall’ambiente della terra e dalle interazioni con altre forme di vita. Vive nell’oblio del mondo antropomorfo fatto di modernismo e tecnologia. Scorda cosa c’è al di là dei confini della metropoli. Gli umani, e chiaramente gli anarchici delle città, non incontrano nessun’altra forma di vita, soprattutto libera, eccetto i cani che tutti noi sempre vediamo al guinzaglio. Una cosa particolarmente inquietante, però spesso inevitabile dentro le città-prigioni. L’alienazione dalle altre forme di vita fa dimenticare all’individuo l’esistenza degli animali che sono a loro volta degli individui, e se li immaginano solo come una forma di divertimento dello spettacolo-prigione, come quelli negli zoo. Cioè, carceri degli animali non-umani.

Dunque, cos’è la liberazione totale? E’ uno sforzo costante dell’individualità di liberarsi da ogni tipo di catene. Del corpo e della mente. E di contribuire alla liberazione degli altri individui che considera compagni. Il punto d’incontro della coscienza nichilista con la coscienza anticivilizzatrice. Io, come anarchico, considero la tendenza nichilista e la tendenza anticivilizzatrice come parti integranti della lotta anti-sociale e individualista contro l’esistente. Utilizzo il termine di lotta in modo chiaramente egoista, e non come qualcosa che ha un inizio e una fine. Più alto è il numero di combinazioni e di interazioni tra le due tendenze (con la parola combinazione mi riferisco all’evoluzione del pensiero e alla corrispondenza delle azioni, così che non si possono creare delle rigidezze), migliore sarà la considerazione e l’individuazione degli obiettivi, per capire meglio di cosa stiamo parlando. Ad esempio, per me non esiste pensiero anarchico che non ha mai fatto una considerazione sul pianeta e sugli effetti che la civiltà ha creato, come non esiste pensiero anarchico che considera e analizza il pianeta come un’entità attraverso la moralità. Tutto quello che precedentemente ho detto nasce da una percezione nichilista. Il pianeta sarà là (se non verrà distrutto prima che lo facciano i parassiti della moderna civiltà umana), è l’ambiente che mantiene ogni forma di vita sul pianeta, che ci fa respirare. Qual è il senso dello scopo di creare dei “clienti” più vicini, o di essere incatenati alla mente che vuole definire sistematicamente i termini di “buono” e “cattivo”, o determinare sistematicamente i valori o addirittura gli idoli? Come nichilista voglio dire che il pianeta non può essere completamente determinato dagli umani, e che la sua caotica sostanza sarà sempre svelata in un modo differente. Talvolta ci può accogliere e offrirci la vita, e altre volte ci può strappare le carni e offrirci la morte. E’ quello che è, e dopo può essere qualcos’altro. Lontano dalle logiche di ogni sistema. E’ qualcosa che a volte ameremo, e le altre potremmo odiare. Le relazioni dei nichilisti non sono determinate da alcun valore o moralità stabilita pre-esistente. Avendo compreso che la bufala sulla Civiltà e sul “progresso” ci ha resi dei prigionieri del nostro stesso agire faremo tutto il possibile per distruggere “l’illuminazione” che questa mania antropocentrica ci ha “offerto”. Potremmo dire che forse gli “incivili” di quest’era siamo noi. Quei anti-sociali che lottano con sincerità, inventiva, odio e coscienza con ogni mezzo possibile a disposizione (il quale è sempre obsoleto o sproporzionato in confronto a quelli che, purtroppo, possiede il nemico), o forse no. Per essere onesto, penso che la sozzura della civiltà ha contaminato tutti, e che nessuno ne sfugge. Non voglio con questo dire che dobbiamo cercare di pensare come i “primitivi” e demonizzare tutto, perché questo ci porterebbe ad un punto moralistico. Ossia, se mi piace la musica creata dai mezzi tecnologici, cado forse in una contraddizione e non rigetto veramente la civiltà? Naturalmente no. Ma neanche cado in una compiacenza, non mettendo, dunque, costantemente in questione il nostro dipendere dalla civiltà, ma cerco quindi nuove prospettive liberandomi dalle consuetudini. Lontano da impegni e illusioni ideologiche, dei quali si nutrono molti esponenti dell’anticivilizzazione, la liberazione totale qui è la cosciente ricerca individualista delle relazioni con gli altri animali e la terra, lontano da ogni precetto. Questo è la risposta per color che cercano la “salvezza” del mondo (chiunque essi possano essere), la quale è, chiaramente, una percezione antropocentrica nata da altre preesistenti percezioni antropocentriche.

E a questo si collegano i sentimenti misantropici, i quali quanto limitativi possano sembrare su una scala socio-culturale, che non mi riguarda affatto, tanto sono liberatori su una scala di ricerca esistenziale. La consapevolezza della trivialità di vita è percepita come un valore in sé, e perciò la sostanza umana all’interno te la fa aborrire attraverso un modo antropocentrico di pensare e di essere, che porta all’esaltazione dell’umano come valore morale o come centro dell’evoluzione. E in questi momenti vedi l’umano pensare che può raggiungere attraverso uno scopo un obiettivo a lungo termine, di qualunque scopo si tratti, perché come essere razionale e pensatore pensa che può creare, cambiare, aggiustare il mondo, per adattarlo, aggiustare le vite degli animali non-umani per adattare il mondo e per adattarlo. Momenti di pura arroganza e ignoranza. Momenti di ideologia. “L’umanità”, per me, come concetto parassita la mente e come entità parassita con la massa il modo di vivere. Da questo nasce la mia misantropia. Da questo bisogno umano ingannevole di accettare il concetto di Umanità nel modo suddetto, e di banalizzare l’intera vita, l’esistenza umana in sé, e degli altri esseri, con la sua inclinazione a contribuire alla perpetuazione di questa situazione sistematica. Da non voler accettare che la vita è caotica, e che perciò non ha nulla a che fare con nessun tipo di ordine, e che gli umani sono parte di questo, a prescindere da quello che pensano. Sento un disprezzo per la maggior parte degli umani, lo dico chiaramente e non sento nessun bisogno di sopprimere quello che sento, perché è importante come lo è il pensare.

Ho letto delle critiche sulla misantropia (soprattutto contro l’anti-umanismo) che contrappongono la predeterminata posizione della natura umana, e non lo spettro della natura umana in sé, opponendosi solo all’essere, vista come “cattiva”. Prima della nascita di queste critiche c’era una base dietro di esse fatta dall’idea che il capitalismo è la super-struttura che mantiene la dominazione e utilizza tutto il “bene” degli esseri viventi e della terra come materiale grezzo. Sì, certo, il capitalismo è la mostruosità economica e un sistema che mercifica tutto, altrimenti non sopravvivrebbe, e son verrà distrutto la commercializzazione della vita non si fermerà, letteralmente, mai, ma si tratta di un’entità? Perché le critiche sbagliano a decostruire il capitalismo come un’entità, come qualcosa che esiste là in mezzo al nulla, sopprimendo l’essere umano morale. Quindi, da dove nasce il capitalismo? Da chi è mantenuto e chi contribuisce alla sua fondazione? Non è forse stato creato sotto l’ideologia di libertà e del benessere umano? Perciò, non posso odiare e cercare di distruggere il “dio” capitalismo come entità, finché sono intrappolato nella dualità, con gli occhi chiusi, senza poter vedere la sostanza di questa falsa identità. Quindi, se voglio distruggere le illusioni e liberarmi dai valori impiantati, attaccherò l’idolo dell’umanità. Attaccherò la sostanza umana, non l’umanità in totale, composta da individui differenti, se non voglio illudermi con i narcotici della mente, come lo è l’ideologia.

Allora, alcune analisi sono state fatte, e adesso arrivano le domande. Qualcuno mi chiederà, quindi tu credi in un’idea realizzabile della liberazione umana, degli animali non-umani e della terra dalle catene che gli animali umani li hanno messo? La risposta è che alquanto io possa credere in un’imminente collasso della civiltà, tanto credo che una tale idea, che sarebbe la prima di tutte le utopie, per me non esiste. Le idee olistiche sono problematiche, come ho già detto in questo in testo. Forse solo attraverso una distruzione fisica le cose subirebbero un immediato cambiamento radicale. Ma qua parliamo solo della sostanza materiale delle cose. E le catene esoteriche? Le catene della mente. Le catene della coscienza. Le catene del desiderio. Si tratta di una questione enorme. L’essere umano, legato internamente da queste catene, non può essere capace di liberare un’animale non-umano del suo ambiente se prima non ha liberato sé stesso. L’attivista che libera gli animali non-umani dona loro la libertà fisica, ma lui stesso non è capace di decostruire la moralità dello schiavo, e di conseguenza il suo fondamentale legame con la moralità da padrone, come una catena interiorizzata che mantiene la dominazione e quindi riesce solo a fare il cerchio raggiungendo il punto di sbattere ogni volta la testa contro il muro. E con qualunque moralità esso cercherà di entrare nella questione cadrà solamente nell’antropocentrismo, perché chi tenta di analizzare gli animali non-umani e la terra basandosi sull’umanità come un’insieme, e sviluppa per loro concetti stabilendo termini di comportamento e di valutazione, assegnando quindi ruoli, raggiunge sempre lo stesso risultato. Cioè, il prigioniero dello spettro di Umanità cadrà nella trappola della reclusione anche da un punto di vista misantropico. Perché con queste catene interiorizzate la persona non combatte per sé stessa, ma per qualunque altra cosa. E’ molto importante essere coscienti da dove iniziamo la guerra. Non penso che esiste un senso di vita in generale, ma solo quello che ogni coscienza riesce a creare personalmente, per questo penso che ogni individuo dovrebbe cercare costantemente di distruggere ogni catena, esterna o interna, per il piacere della via infinita di liberazione totale dell’individuo stesso. Questo è il mio significato, cercare di dare un significato alla mia vita qua ed adesso vivendola fino a dove il mio potere riesce ad estendersi, senza rincorrere o cercare gli spettri. Quindi, estirpare le catene della società e della civiltà da sé stessi e agire. Quando parlo della liberazione totale esprimo il desiderio di caos, come anche la negazione di tutte le catene fisiche e degli spettri di coscienza, che non permettono al potente ego di soddisfare i propri desideri e di godere del proprio ambiente. La liberazione totale è l’individuo stesso…

Gettare via tutti i residui del “buono” e “cattivo”, del “giusto” o “sbagliato”. Stare sull’orlo dell’orizzonte e fissare il nulla. Danzare l’eterna danza del caos con gioia.

-Archegonos-

“Total liberation as an egoist and iconoclastic consideration”, PAROXYSM OF CHAOS, #1, 2016

Fonte: https://thehole.noblogs.org/post/2016/05/25/la-liberazione-totale-come-considerazione-egoista-e-iconoclasta/

Punti di fuga nella cultura della classe operaia – Miguel Amorós

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Pubblichiamo l’introduzione di Miguel Amoròs al suo libro Los Incontrolados de 1937. Memorias militantes de Los Amigos de Durruti (pur divergendo su alcuni punti) per alcuni interessanti spunti di riflessione circa il declino della cultura della classe operaia e la sua frammentazione nella società attuale, condividendo il pensiero circa la riscoperta della storia della propria classe come mezzo rivoluzionario che apre prospettive al sorgere del conflitto sociale per costruire percorsi di rottura con l’esistente e per la creazione di una cultura libertaria

Pubblicare un libro che contiene le biografie degli anarchici che parteciparono al glorioso episodio delle Giornate di maggio del 1937 durante la Rivoluzione spagnola deve sembrare anacronistico e fuori posto in una società che vive in un perpetuo presente.In una società senza alcuna coscienza del tempo e senza memoria,il passato riemerge solo come un oggetto di ricerca archeologica o come uno spettacolo effimero come l’ “ottantesimo anniversario della guerra civile”, il suo posto usuale è l’università,il museo o i supplementi culturali della stampa mainstream,luoghi dove il suo potere sovversivo,che è stato tenuto “sottaceto”,viene neutralizzato. Queste biografie sono destinate agli eredi degli Amici di Durruti,ma esistono tali eredi? Le società tradizionali trasmettevano la loro eredità oralmente da una società ad un’altra.I giovani imparavano dai loro anziani;non c’era nessun divario generazionale.Erano società statiche: il futuro dei giovani era conformato ai modelli stabiliti nel passato ed essi seguivano la stessa orma delle passate generazioni.I vincoli familiari e territoriali erano molto forti.La memoria,di cui gli anziani erano i depositari,giocava un importante ruolo nella preservazione dei costumi sociali e dell’identità,e perciò nella continua riproduzione della società.Il sorgere delle società storiche,basate sullo scambio costante e sull’accumulazione del sapere,sul commercio e sulla parola scritta,introdusse fattori di dissoluzione che furono dapprima ristretti alle città.Queste società storiche erano società dinamiche con legami deboli e identità fragili,in cui la memoria giocava un ruolo secondario.Anche quando era possibile,l’abilità di richiamare il passato era di poco uso. All’inizio,comunque,la maggior parte della popolazione viveva ancora in aree rurali e manteneva uno stile di vita tradizionale che non fu eliminato fino alla consolidazione del capitalismo agrario.Nella società pienamente capitalista,i giovani imparano solo dalla gente giovane,non dai loro progenitori: il loro futuro dipende dal presente,che è tagliato fuori dall’esperienza delle precedenti generazioni.Nella prima fase del capitalismo,una volta che i modi tradizionali di vivere sono stati dissolti,un intero nuovo mondo fu creato con le sue caratteristiche,una società dentro una società, composta dai diseredati,dai paria dalla gente sdradicata o espulsa dalle campagne o dalle gilde dei lavoratori;in una parola,gli operai.Il mondo proletario,basato sull’unità famigliare,la cui sola connessione con la società industriale che la circondava era il lavoro,che sviluppava le caratteristiche comunitarie che gli davano una particolare identità,un’identità di classe.C’era una sorta di tradizione della classe operaia che articolava la società del lavoro,e questa tradizione aveva i propri valori specifici: il bisogno di associarsi,l’idea federativa,lo zelo per il sapere,il mutuo soccorso,la dignità di ciascuna attività,costruire un futuro per ciascun bambino in un mondo egualitario organizzato strettamente in accordo con i bisogni dell’industria, l’orgoglio di classe,l’internazionalismo … le autobiografie dei militanti della classe operaia riflettono perfettamente questa mentalità.Gustave Lefrançais,James Guillaume,Anselmo Lorenzo,Nestor Makhno,Emma Goldman,Victor Serge,José Peirats,ecc. : questi sono preziosi resoconti di ribelli che dedicarono le loro vite nel servire la causa operaia.La società proletaria era in uno stato di permanente conflitto con il resto della società,ecco perché l’esperienza delle lotte passate erano così importanti,e di conseguenza, coloro che vi hanno partecipato svolgevano un ruolo significante in essa.Il futuro della classe era basato sulla memoria delle lotte di classe del passato e anche sul ricordare le persone che si distinsero in esse.La cultura della classe operaia,la cultura in genere storico,fu costituita dalle parole scritte,ovvero,scoprì il suo significato e la sua esistenza nella storia.La storia degli operai,che è la storia delle loro lotte,nonostante il fatto che sia una storia collettiva,ha i suoi nomi e le sue personalità.Queste corrispondono alle persone che incarnavano la condotta e i valori che potevano rappresentare al meglio la classe,ecco perché gli atti degli individui non erano rilevanti e si dissipavano con il passare del tempo.Tali personalità erano,per esempio,Salvador Seguì e Buenaventura Durruti,due figure più mitiche del proletariato iberico.In questi uomini,l’identità della classe operaia fu riaffermata e riparata dall’effetto corrosivo del processo storico determinato dal capitalismo.Nelle fasi più avanzate del capitalismo – quelle in cui le sconfitte che accompagnavano incessanti,profondi cambiamenti,per la maggior parte di natura tecnologica,frantumò la società della classe operaia,integrandola nel mondo delle comodità – il proletariato presente ha rotto con il proprio passato,è separato da esso,cessa di identificarsi con esso.Con la famiglia della classe operaia ridotta alla sua espressione nucleare minima,l’operaio sussiste in una società in cui è integrato individualmente, ma non come collettivo. Egli non fa derivare le proprie norme dal passato,da quando tali norme sono state usurpate dai burocrati sindacalisti,ma dal presente,riproducendo le irregolari e consumiste vie dei suoi contemporanei.Il divario generazionale ha speciali conseguenze per una classe operaia in declino,da quando l’ultima è disarticolata,e trasformata in una mera ombra della propria forma.E’ incapace a resistere a questo processo,ed è ancora meno capace di assimilare questi cambiamenti senza danno.Sulla superficie è una classe, ma all’interno è frammentata e liquefatta.Come risultato,ora i proletari più anziani non possono trasmettere la conoscenza e i valori con i quali la nuova situazione,costantemente cambiabile può essere confrontata;e sono meno capaci di farlo se si lasciano guidare dalla logica del scegliere il male minore e affidare i loro interessi nelle mani sbagliate.Il loro modo di vivere,orientato attorno alla famiglia,un modo di vivere che è frugale,austero e moralistico,non è valido in un mondo di consumatori, un mondo che è completamente burocratizzato,mercificato e massificato.Le leggi che sono applicate alla povertà non sono le stesse leggi che vengono applicate all’abbondanza delle comodità e agli spettacoli.Ciò che era efficace contro la fame,non è efficace contro la noia.Una cultura di classe compete,da una posizione nettamente inferiore,non con una cultura borghese,bensì con un’onnipresente cultura industriale e con la teatralità dei sindacati.Così,la cultura della classe operaia muore con l’istituzionalizzazione delle sue organizzazioni e la generalizzazione della cultura di massa.Il passato stesso è estinto con il passaggio da un’intera generazione di sconfitti,perché gli operai anziani non possono offrire guide pratiche di condotta;tali guide devono essere fabbricate sulle basi di una diversa realtà estremamente mobile,che è senza ormeggi.Le condizioni del salario dei giovani operai d’oggi sono radicalmente diverse da quelle delle passate generazioni.Oggi, i figli degli operai sono educati da istituzioni pubbliche,piuttosto che dai loro genitori, e queste istituzioni trasmettono norme di natura diversa che sono scollegate dalle esperienze passate,norme che sono coerenti con le esigenze produttive del Capitale.Questo distacco dal passato,rende necessario impegnarsi nella ricerca di punti di riferimento culturali in un presente che è stato colonizzato dalla comodità,in condizioni di estremo isolamento.Il vecchio operaio è un estraneo per quello giovane, né prende l’altro seriamente,e si guardano anche con sospetto.Il vecchio operaio non dirà tutta la verità,che,in assenza reale di comunità,aggrava ulteriormente il divario generazionale,la perdita di memoria,e di conseguenza,la perdita d’identità.Senza né memoria o passato,la coscienza di classe non esiste.Il conflitto tra le generazioni,lo scontro di mentalità,impedisce la rinascita.La riaffermazione astratta e volontaristica dei vecchi concetti di cultura della classe operaia,che ora son divenuti cliché,non solo non risolve il problema,ma lo rende oggetto di scherno.Una caratteristica dei movimenti sociali di oggi è la scarsa presenza di adulti e l’abbondanza di adolescenti.Questo è l’esempio più lampante di disconnessione di questi movimenti dalle precedenti lotte sociali,anche con quelle relativamente recenti.Il segno distintivo di questi movimenti è il fatto che comincino sempre da zero e soccombono sempre alle solite vecchie crude manipolazioni,dal momento che per loro stessa natura,non hanno l’esperienza che avrebbe permesso loro di percepire l’insorgere di queste minacce.Inoltre,la spinta della loro protesta è spesso rivolta verso il mantenimento del sistema dominante.I cambiamenti sociali sono riflessi nella cultura e le lezioni che i giovani dissidenti imparano hanno pochi collegamenti con il passato,perché sono i prodotti del momento presente e non vanno oltre esso.Inoltre,nell’ultima fase del capitalismo,la cultura di massa è diventata così instabile che neppure il presente è in grado di fornire guide per la condotta.I cambiamenti ora accadono così veloci che le voragini si aprono con la stessa generazione.La persona giovane contemporanea invecchia in pochi anni,come egli adotta convinzioni durature.La storia della sua vita perde rapidamente ogni interesse per quelli più giovani di lui,con il ritmo sempre più crescente della successione delle mode.Una decade costituisce un abisso.Passato,presente e futuro sono concentrati in un unico istante.Una volta raggiunto questo stadio,il problema non è che l’esperienza non può essere trasmessa,ma piuttosto che non c’è più nessuna esperienza.Non c’è nemmeno un futuro;ci sono solo obiettivi a breve termine.Pertanto, la politica istituzionale,essendo stata buttata fuori dalla porta,restituisce attraverso la finestra.In questo mondo non c’è spazio per nessun’altra utopia,oltre l’utopia capitalista.Il mondo attorno a loro sta diventando sempre più sconosciuto ed ostile per le vecchie generazioni,ma per le nuove generazioni è il loro mondo e in esso si sentono a casa.Non è che le precedenti generazioni non li servono più come guide,ma piuttosto,siccome il passato è incomunicabile,non vi è alcuna possibilità per l’esistenza di guide.Non solo le diverse generazioni parlano lingue diverse,ma così,creano anche diversi strati per ogni generazione esistente.Gli ultimi arrivati non sanno più degli altri,è solo che ciò che sanno le persone più vecchie a loro non interessa,perché non fornisce le risposte sperate alle loro domande.Le esperienze degli anziani non è di alcuna utilità,dal momento che l’esperienza è stata forgiata in circostanze molto diverse.Allora a che serve la memoria? Questo atteggiamento,tuttavia,comporta alcune conseguenze: la corruzione della memoria implica la scomparsa del concetto di verità.Il vero,una volta scollegato dalla storia,si relativizza;non è fondata su una causa solida,ma dipende esclusivamente da un parere contingente,arbitrario e variabile,grato alle condizioni immediati dell’individuo che la esprime.Ciò segna la fine delle ideologie che legittimano grandi cause collettive,e inaugura il dominio assoluto dell’individualismo,della vita privata e di impegni effimeri.Questa situazione non ha eguali;è completamente nuova.Alcuni l’hanno chiamata “modernità liquida” altri “postmodernità”.In un contesto postmoderno,il pensiero non si delimita,ma invece si accumula ai margini del percorso dinamico tracciato dalla tecnologia.Accompagna la tecnologia come elemento decorativo.Esso non spiega nulla, è auto-referenziale,e non ha alcuna influenza.Più che liquida,la riflessione diventa gassosa,come la realtà tremendamente fluido a cui è aggiogata.La sua funzione non è radicata nella sua capacità di cogliere l’epoca,ma piuttosto nel renderla incomprensibile.L’eternalizzazione del presente non solo svaluta le lotte passate, ma comporta la volatilità dei gruppi sociali,che sono facilmente riducibili ad aggregati di individui.Più o meno lo stesso è accaduto per quanto riguarda il senso della comunità,che è stata sostituita da uno sciame di identità disperate,veramente patologiche a vari gradi,le quali non sono in grado di scoprire un altro modo per contrastare la sensazione generalizzata di sradicamento.L’unico modo in cui il sistema supera le sue contraddizioni,tuttavia,è nell’immergersi in quelle ancora maggiori.Con la soppressione della memoria,la società non diventa più forte,ma diventa sempre più imprevedibile.Il conflitto si pone costantemente,rendendo possibile la creazione di comunità di lotta,ancora fragile,ma capace di riscoprire la storia e articolare un progetto per la creazione di una società radicalmente egualitaria e giusta.Ciò non comporterà né il ritorno,né la ricreazione del passato,ma il ristabilimento del contatto con esso.Non è quindi una svolta nostalgica all’indietro verso tradizioni perdute,ma un impulso verso la formazione di una nuova tradizione di lotta a titolo di riappropriazione non dottrinaria del passato e resistenza alle folli variazioni provocate dallo sviluppo economico.In questo senso,libri come questo possono essere istruttivi.Gli Amici di Durruti avranno finalmente degli eredi.

Los Incontrolados de 1937. Memorias militantes de Los Amigos de Durruti, Aldarull, Barcelona, 2014

Fonte: http://libcom.org/library/vanishing-points-working-class-culture-%E2%80%93-miguel-amor%C3%B3s

“Questo nulla non ci annullerà”; solidarietà al CSOA Scurìa di Foggia

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Il CSOA Scurìa di Foggia, è uno spazio autogestito ove prendevano forma diverse esperienze (biblioteca, presentazione di libri, concerti, sala prove e di registrazione, palestra popolare, orto ecc.) slegate dalle logiche mercantilistiche e di profitto che caratterizzano la società capitalista, così da portare nella caotica monotonia della città un modo radicale di vivere e di riappropriarsi dei propri spazi, che vada a rompere con l’esistenza impostoci e sperimentare insieme nuovi modi di vivere. Purtroppo apprendiamo che l’Università di Foggia vuole riappropriarsi della struttura in questione, dopo che per anni avendoci speculato sopra l’ha abbandonata all’incuria e alla morte, facendo pendere sui/lle compagn* che l’hanno fatta rinascere una minaccia di sgombero. Spesso ci siamo ritrovat* a vivere e ad attraversare quello spazio, stringendo legami fraterni con divers* compagn*, condividendo esperienze e lotte, incontrando coloro che come noi in esso vi ritrovavano un luogo ove si rompeva con il “mondo di fuori” fatto di alienazione e atomizzazione. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e il nostro supporto ai/lle compagn* dello Scurìa. Spazio alla vita, vita agli spazi.
Questo nulla non ci annullerà!

13.05.16 La solidarietà è un’arma, la solidarietà è una prassi: al fianco dei lavoratori di Boreano!

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Ieri 12 maggio, a seguito dell’assemblea tenutosi a Venosa qualche giorno prima, sotto i cancelli della Regione si è svolta una protesta dei lavoratori stagionali dell’Alto Bradano, che ha posto in evidenza le contraddizioni di un’entità che impoverisce e degrada l’esistenza di lavoratori/trici migranti e non. Infatti essi si ritrovano da qualche anno a questa parte a (soprav)vivere in condizioni disumane, mentre vengono sfruttati per la campagna della raccolta del pomodoro ritrovandosi vittime del fenomeno del caporalato. Così hanno portato la loro voce sotto la stessa istituzione alla quale da anni ribadiscono le proprie richieste per il rinnovo del permesso di soggiorno e un miglioramento delle proprie condizioni lavorative e abitative, sovrastando quel discorso eurocentrico e umanitario-caritatevole che li vorrebbe soggetti passivi o marginalizza le proprie esistenze. Infatti ultimamente tra l’innalzamento di barriere, la costruzione di luoghi d’internamento, i rimpatri forzati, la ricostituzione di frontiere, assistiamo all’evoluzione delle forme repressive europee adottate per controllare i flussi migratori, aprendo le porte quando si necessita di nuova forza lavoro a basso costo, ma internandoli in lager (CIE, CARA, hotspot ecc.) quando divengono soggetti indesiderati, così da attuare il controllo sulle proprie vite e seguire un processo di deumanizzazione e di governo dei corpi atto a reprimere ogni richiesta e/o rivolta individuale e collettiva per ottenere indietro la gestione della propria esistenza. La nostra presenza al loro fianco esprime tutta la nostra solidarietà, complicità e il desiderio di costruire percorsi di lotta comuni atti a riappropriarci delle nostre vite, sbarazzandoci di quella sovrastruttura che ci impone un modo di vivere degradante ed alienante, non corrispondente ai nostri bisogni e desideri. I nostri sogni possono essere più forti di quelle barriere fittizie e reali che vorrebbero dividerci e portarci ad una guerra fratricida: costretti a condividere un’esistenza simile dettata dalla precarietà e dallo sfruttamento (tesa ad ingrassare i padroni), figli della medesima classe subalterna, è nostro compito stringere legami e intrecciare relazioni egualitarie che possano aprire la strada ad una condivisione di saperi ed esperienze, incamminandoci sullo stesso sentiero e abbattendo qualunque confine e privilegio marciando a ritmo dei nostri cuori ardenti.

Basilicata Punk Hardcore: la fiamma dell’arcore, brucia!

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Nella società capitalista, ove l’esistenza è dettata dalle logiche mercantilistiche, ci ritroviamo ad essere vittime di ritmi alienanti tesi a disgregare la collettività e a parcellizzare l’individuo in ruoli sociali. La crisi che si proroga ormai da un paio d’anni, sta portando ad una riorganizzazione dell’assetto sociale tramite riforme liberticide e la fascistizzazione del potere, la rassegnazione popolare diviene accettazione passiva di tali condizioni, le quali portano al perpetuo impoverimento delle classi più povere e alla repressione nei loro confronti; inoltre nell’ultimo periodo stiamo assistendo all’ascesa di un altro potere, quello religioso che nonostante il suo presentarsi con un volto umano, va santificando la rassegnazione e le disuguaglianze sociali inserendosi in contesti difficili cercando di soffocare qualsiasi tendenza al cambiamento, e come se non bastasse va spartendosi grandi fette del Capitale con lo Stato.
In contrapposizione a ciò, dal basso la costruzione di diverse collettività libere dalle logiche di potere e di profitto, stanno portando alla nascita di una coscienza radicale tesa a sovvertire l’assetto sociale e fare la guerra a qualsiasi potere. In ciò s’inserisce anche il nascente movimento punk, che in linea con l’etica libertaria rigetta qualsiasi imposizione sociale, diviene rivolta individuale e collettiva verso qualsiasi autorità.
Punk, è l’urlo che rompe le catene, la rabbia che esplode, il fuoco della rivolta che brucia le macerie di questo mondo per costruirne un altro all’insegna dei nostri sogni.

In una regione ove la desertificazione emotiva la fa da padrone, ove un senso messianico del riscatto predomina, ove il fascismo dilaga e prende sempre più piede, la mafia al potere specula sulle vite del popolo impoverendo, estorcendo, avvelenando e uccidendo, crediamo che la musica possa essere un mezzo per divulgare le istanze antifasciste,antisessiste,antirazziste e antispeciste; per l’organizzazione della lotta tesa alla liberazione degli umani, degli animali e della Terra.

La fiamma dell’arcore.
Brucia.

7 maggio. Contro ogni barriera, contro ogni frontiera.

Brennero

L’altro giorno c’eravamo tuttx. C’era la voglia di essere uniti, c’era l’amore fraterno, c’era profumo di eguaglianza misto all’odore acre dei lacrimogeni. C’era la rabbia. C’era la libertà di sette compagnx. E il bisogno di tuttx di combattere un sistema di prigioni e confini che sta stremando le persone. Processo sospeso e 1 anno senza condizionale per Miriam, 1 anno e 2 mesi senza condizionale per Cri e Stefano, 1 anno e 4 mesi con condizionale e divieto di dimora a Bolzano per Sabrina e Nemo.
Questa la sentenza per essere colpevoli di sognare un mondo senza muri, controlli,filo spinato e repressione. Cri, Luca, Miriam, Stefano, Sabrina e Nemo sono liberx ora.
Distruggere tutte le barriere, mentali e fisiche. Purché non rimanga un giorno fine a sé stesso,il 7 Maggio c’eravamo tuttx!